Sedentarietà in ufficio: non basta dire “muoviti”

Quando si parla di sedentarietà sul lavoro, il consiglio più frequente è semplice: alzarsi più spesso, cambiare posizione e fare qualche esercizio durante la giornata.
È un’indicazione ragionevole, ma incompleta.
Un lavoratore può conoscere perfettamente i benefici del movimento e avere a disposizione una postazione ergonomica, senza riuscire comunque a interrompere la seduta. Riunioni consecutive, telefonate, scadenze, carichi di lavoro e aspettative di produttività possono rendere difficile anche una pausa di pochi minuti.
La sedentarietà lavorativa, quindi, non dipende soltanto dalle scelte individuali. È influenzata anche da come viene organizzato il lavoro.
Il problema non è soltanto la sedia
Una sedia regolabile e una scrivania correttamente organizzata possono aumentare il comfort e facilitare il lavoro. Non possono però compensare completamente molte ore trascorse nella stessa posizione.
Anche una postura apparentemente corretta può diventare scomoda se mantenuta troppo a lungo.
Per questo motivo, una buona strategia ergonomica non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla ricerca della posizione perfetta. Dovrebbe creare le condizioni per alternare posture, compiti e movimenti nel corso della giornata.
Il punto non è eliminare la posizione seduta, che costituisce una parte inevitabile di molte professioni. L’obiettivo è evitare che diventi l’unica modalità possibile di lavoro.
Conoscere gli esercizi non significa poterli eseguire
Durante un corso aziendale, i lavoratori possono apprendere esercizi semplici per collo, spalle, schiena e arti inferiori. Possono anche capire quando sarebbe opportuno alzarsi o modificare la propria posizione.
Queste informazioni producono però pochi cambiamenti se l’ambiente lavorativo non ne consente l’applicazione.
Pensiamo a chi:
partecipa a riunioni online una dopo l’altra;
teme che allontanarsi dalla postazione venga interpretato come una perdita di tempo;
non dispone di spazi adeguati;
deve rispettare ritmi di lavoro molto serrati;
riceve indicazioni sul benessere, ma viene valutato soltanto sulla produttività immediata.
In queste condizioni, attribuire tutta la responsabilità al singolo lavoratore rischia di essere ingiusto e poco efficace.
Il “permesso organizzativo al movimento”
Per trasformare le indicazioni ergonomiche in abitudini reali serve quello che possiamo definire un vero e proprio permesso organizzativo al movimento.
Non si tratta necessariamente di introdurre lunghe pause o interrompere frequentemente la produttività. Significa rendere accettabili e concretamente possibili alcuni comportamenti:
alzarsi brevemente dopo un periodo prolungato alla scrivania;
alternare, quando possibile, attività sedute e in piedi;
camminare durante una telefonata che non richiede l’uso dello schermo;
inserire qualche minuto libero tra due riunioni;
eseguire semplici movimenti senza sentirsi osservati o giudicati;
modificare la postazione in base alle caratteristiche individuali.
Il movimento non dovrebbe essere percepito come una violazione delle regole implicite dell’ufficio.
Se la cultura aziendale premia soltanto l’immobilità alla scrivania, anche il miglior programma di esercizi avrà difficoltà a produrre un cambiamento duraturo.
Tre livelli per affrontare la sedentarietà lavorativa
Un intervento completo può essere costruito su tre livelli.
1. Consapevolezza individuale
Il lavoratore impara a riconoscere alcuni segnali: rigidità, tensione, affaticamento, calo dell’attenzione e tempo trascorso senza cambiare posizione.
Questa consapevolezza permette di intervenire prima che il disagio diventi particolarmente intenso.
2. Ergonomia ed esercizio
La postazione viene adattata alle attività e alle caratteristiche della persona. Vengono inoltre proposti esercizi semplici, realistici e compatibili con l’ambiente lavorativo.
L’obiettivo non è “correggere” definitivamente la postura, ma ampliare le possibilità di movimento e di adattamento.
3. Organizzazione del lavoro
L’azienda crea condizioni che permettano di mettere in pratica quanto appreso. La gestione delle riunioni, la distribuzione dei compiti, gli spazi e l’esempio dei responsabili possono facilitare oppure ostacolare il cambiamento.
Questi tre livelli non sono alternativi. Una strategia realmente efficace dovrebbe integrarli.
Qual è il ruolo dell’azienda?
Un recente editoriale pubblicato sulla rivista Public Health richiama proprio la necessità di spostare parte dell’attenzione dai soli comportamenti individuali alle responsabilità organizzative.
Gli autori sottolineano come progettazione del lavoro, pressioni sulle prestazioni, riunioni digitali e cultura aziendale possano favorire lunghi periodi di seduta.
È importante precisare che si tratta di un editoriale basato sulle evidenze disponibili, non di un nuovo studio sperimentale. Non dimostra che una specifica politica aziendale riduca con certezza dolore, assenteismo o costi sanitari.
Il documento propone però una riflessione coerente con il quadro scientifico generale: informare i lavoratori è utile, ma l’informazione da sola difficilmente modifica un comportamento che l’organizzazione continua a rendere necessario.
Le pause riducono sicuramente dolore e assenteismo?
Le evidenze non consentono di promettere che una determinata frequenza di pause elimini il dolore muscolo-scheletrico o riduca automaticamente l’assenteismo.
Dolore cervicale e lombare hanno origini complesse. Possono essere influenzati da carico fisico, sonno, stress, attività extra-scolastica o sportiva, condizioni cliniche, aspettative, recupero e numerosi fattori personali e lavorativi.
La seduta prolungata rappresenta uno dei possibili elementi del problema, non l’unica causa.
Per questo un progetto serio non dovrebbe proporre formule universali come “alzarsi ogni trenta minuti” presentandole come prescrizioni valide per tutti. È più corretto favorire variazione, gradualità e sostenibilità, verificando nel tempo gli effetti su sintomi, funzione e aderenza.
Il contributo del Metodo OSO
Il Metodo OSO nasce per offrire ai videoterminalisti strumenti concretamente utilizzabili durante la giornata lavorativa.
Il suo obiettivo non è imporre una postura ideale, ma integrare:
maggiore consapevolezza delle proprie abitudini;
regolazione ragionata della postazione;
esercizi semplici e personalizzabili;
variazione delle posizioni;
strategie per interrompere la sedentarietà;
confronto con l’organizzazione aziendale.
L’intervento sul singolo lavoratore rimane importante, ma diventa più efficace quando responsabili e aziende condividono il progetto.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto:
“Il lavoratore si ricorda di muoversi?”
Dovremmo chiederci anche:
“L’organizzazione del lavoro gli permette davvero di farlo?”
È da questo incontro tra responsabilità individuale e condizioni aziendali che può nascere una prevenzione più concreta, credibile e sostenibile.
Fonte
Syed M, Lee ACK. From evidence to action: Why employers must address prolonged sitting in modern workplaces. Public Health. Pubblicato online il 26 settembre 2026.
https://doi.org/10.1016/j.puhe.2026.106484
